C'è una cosa che succede spesso quando una pratica antica incontra l'Occidente: viene svuotata. Insegnanti e guide spirituali occidentali prendono spunto da tecniche millenarie, le rimuovono dal loro contesto, le rinominano e riconfezionano in metodi "super rivoluzionari”, venduti poi a fior di euro in corsi, certificazioni e retreat esclusivi.
È successo con la meditazione, diventata pratica di dieci minuti per sfuggire dai cellulari. Con la somatica, ridotta a esercizi di grounding o usata come etichetta generica per tutto ciò che coinvolge il corpo. Ed è successo con il prāṇāyāma, che negli ultimi decenni è riemerso in Occidente sotto il nome di breathwork.
Non dico che il respiro come pratica non possa avere valore al di fuori della tradizione yogica, e anzi, è giusto che ogni tecnica trovi un nuovo utilizzo e una nuova lettura a seconda della società, del momento storico e dei problemi che affliggono l'essere umano contemporaneo. Ma c'è qualcosa che mi disturba in queste riappropriazioni: è inevitabile che, ogni volta che una tecnica millenaria viene estratta dal suo contesto, perda qualcosa di essenziale. Perde la sua cosmologia, perde il suo perché originario, perde l'esperienza accumulata da migliaia di persone che l'hanno praticata, studiata, tramandata per secoli.
E quello che rimane, spesso, è solo la tecnica, svuotata del suo senso originale.
Nāḍī Śodhana, una tecnica di prāṇāyāma per ribilanciare le energie nel corpo.
Che cos’è il prāṇāyāma
In italiano, o in qualsiasi altra lingua occidentale, non c'è un equivalente della parola prāṇāyāma. Questo perchè il concetto di prāṇa non è più parte della nostra cultura.
Prāṇāyāma viene da due parole sanscrite, e ci sono due versioni sulla sua origine:
Prāṇa + āyāma
espansione dell'energia vitale.
Āyāma significa estensione, allungamento, espansione, prāṇa è energia vitale.
In questa lettura, il prāṇāyāma è la pratica di liberare ed espandere il prāṇa nel corpo.
Prāṇa + yama
controllo dell'energia vitale.
Yama significa controllo, restrizione, disciplina.
In questa lettura, il prāṇāyāma è la pratica di dirigere e regolare il prāṇa nel corpo.
E la prossima domanda viene da se’… ma quindi questo prāṇa, cos’è veramente?
Dalla definizione di Swami Sivananda: “il prāṇa è la somma di tutte le energie contenute nell’universo".
Il prāṇa non è una cosa: è ciò che fa funzionare tutte le cose. Non è l'aria che respiri, non è il cibo che mangi, non è la luce del sole sulla pelle, ma senza prāṇa, l'aria non ti terrebbe in vita, il cibo non ti nutrirebbe, il sole non ti scalderebbe. Tutte queste cose trasportano prāṇa, sono i suoi veicoli.
Prāṇa è la forza che anima ogni cosa. È ciò che distingue un corpo vivo da uno che ha smesso di respirare. La stessa energia che fa battere il tuo cuore, fa soffiare il vento, fa crescere un albero, fa esplodere una stella.
In una parola: prāṇa è vita. Non un aspetto della vita, ma la vita stessa, nella sua totalità, prima di prendere qualsiasi forma.
Ecco perché tradurre prāṇāyāma come "controllo del respiro" è un’enorme limitazione: il respiro non è lo scopo del prāṇāyāma, ma uno dei mezzi attraverso il quale il prāṇa entra nel nostro corpo.
Prāṇāyāma, quindi, è espansione e controllo della forza vitale nel nostro corpo. Le tecniche di prāṇāyāma, che utilizzano il respiro come strumento principale, hanno come obiettivo quello di rivitalizzare, calmare o ribilanciare l'energia del nostro corpo - a seconda della tecnica utilizzata.
Come si muove il prāṇa nel corpo
Ogni essere vivente è immerso nel prāṇa. Una maniera in cui lo assorbiamo è attraverso la respirazione, attraverso il canale principale del nostro naso. Ma lo assorbiamo anche tramite il cibo, attraverso la pelle e la temperatura, e persino attraverso il pensiero. Eh sì, anche i nostri pensieri contengono prāṇa, contengono energia: quando un pensiero negativo prende il sopravvento, il respiro cambia, il cuore accelera, il corpo ne risente. La nostra energia ne risente.
All'interno del corpo sottile, nell’anatomia sottile, il prāṇa scorre attraverso una rete di canali energetici chiamati nadi. I testi classici ne contano decine di migliaia, ma una delle cifre comunemente considerate è di 72.000. I nadi è un po’ come se fossero delle vene che, invece di trasportare sangue, trasportano prāṇa.
Ci sono 3 nadi principali: i primi due sono ida e pingala. Hanno origine alla base della colonna e risalgono intrecciandosi fino al terzo occhio, al centro delle sopracciglia, e terminano rispettivamente nella narice sinistra e in quella destra. Ida porta energia lunare, quindi calma, femminile, introspettiva, mentre pingala porta energia solare, calda, attiva, maschile.
Il terzo canale è sushumna, che scorre al centro della colonna vertebrale. Quando ida e pingala sono purificate e bilanciate, il prāṇa può salire attraverso sushumna. Questo è, in senso yogico profondo, l'obiettivo di tutta la pratica: creare le condizioni per un risveglio profondo dell'energia vitale, che dai centri più bassi del corpo può risalire verso i più alti, portando equilibrio, chiarezza e una connessione più profonda con la propria natura essenziale. (…ma di questo parleremo un’altra volta!)
Perché praticare prāṇāyāma, e perché dovrebbe essere parte integrante di ogni lezione
Quando propongo tecniche di prāṇāyāma, a volte percepisco una certa diffidenza. Forse perché non si capisce cosa c'entri respirare da una sola narice con lo yoga… e torniamo ancora una volta a come lo yoga è stato svuotato dei suoi aspetti più profondi per renderlo vendibile in Occidente.
Nell'Hatha Yoga tradizionale, il prāṇāyāma non è un accessorio della pratica, ma ciò che viene dopo le asana. Secondo i testi tradizionali, le posizioni di yoga esistono per preparare il corpo a stare fermo e comodo abbastanza a lungo da poter praticare pranayama, ritiro dei sensi, concentrazione e, per ultima, meditazione.
Da un punto di vista più contemporaneo, quando lavoriamo con il respiro in modo consapevole stiamo agendo direttamente sul sistema nervoso autonomo, ossia quello che regola la nostra risposta naturale e automatica a quello che succede intorno a noi.
Viviamo in corpi cronicamente in modalità di sopravvivenza, in sistemi nervosi che non si spengono mai del tutto. Il prāṇāyāma non è la soluzione a tutto questo, ma è uno strumento antico ed estremamente utile per interrompere quel ciclo: non come maniera per ottimizzare ancora di più il corpo, ma come pratica di attenzione, ascolto e rispetto.
Da un punto di vista più sottile, attraverso il respiro lavoriamo sul flusso del prāṇa e sulla nostra energia vitale. Creiamo le condizioni perché questa si muova e rimanga attiva e fluida, invece di ristagnare.
Inserisco spesso una componente di prāṇāyāma nelle mie lezioni, anche per scardinare l'idea che lo yoga sia solo movimento fisico. Sono tutte tecniche accessibili: l’unica cosa che richiedono è la disponibilità a fermarsi, sentire, sperimentare.